OCCHI APERTI N. 36: LE FASCE DA BRACCIO

La fascia da braccio, in tedesco “blinden armband” è uno strumento di segnalazione della disabilità visiva ampiamente utilizzato nei Paesi di lingua tedesca e, sebbene con simboli diversi, anche nel mondo anglosassone. Essa, non avendo alcuna funzione di individuazione degli ostacoli, non sostituisce assolutamente né il bastone bianco, né tanto meno il cane guida. Quale utilità dunque potrebbe avere se venisse introdotta anche in Italia? La risposta è piuttosto semplice: la fascia lascia libere le mani del disabile e gli consente, dunque, in determinate situazioni, di portare borse, attrezzature sportive come le racchette da nordic-walking o consentirebbe anche solo semplicemente di correre liberamente in un parco. Ovviamente, pensiamo soprattutto agli ipovedenti che si muovono in ambienti semi-protetti e conosciuti: sentieri pedonali, percorsi naturalistici, portici affollati, mercati, grandi magazzini, ospedali ecc. Esistono altresì situazioni particolari, come quando si è seduti sul treno, in autobus o al ristorante, nelle quali non ha senso dover mantenere sempre il bastone bianco aperto ed esposto. Ecco che allora un possibile interlocutore potrebbe essere avvisato delle difficoltà visive di chi gli sta accanto ed evitare così gaffes, incomprensioni o battute imbarazzanti. Da un recente sondaggio in rete, effettuato sui social, risulta del resto che circa i due terzi dei retinopatici non utilizzano abitualmente il bastone bianco. Forse questo è un errore, ma sicuramente resta un fatto concreto. Si tratterebbe dunque di una opportunità in più e non di un obbligo. Dispiace notare, invece, da parte di molti non vedenti italiani, un atteggiamento di opposizione viscerale ed ideologica. “Non vogliamo essere marchiati come gli ebrei sotto il nazismo...” - ho sentito affermare da qualcuno di loro. Rispondo, con estrema naturalezza: sarebbero “marchiati” forse i guidatori principianti che portano la lettera “P” vicino alla targa dell’auto? O i medici che tengono sul parabrezza la Croce Rossa per farsi riconoscere? O i sacerdoti con il loro collarino bianco? Se pertanto volessimo portare all’estremo questo pseudo-argomento mi chiedo: che differenza c’è tra il bastone e la fascia? entrambi sono, a modo loro, marchianti e ghettizzanti. Mi permetto, inoltre, di obiettare anche ad un’altra contestazione assai diffusa. Secondo alcuni “soloni” chi propugna l’utilizzo della fascia da braccio lo farebbe perché si vergogna del bastone, e, in definitiva, rifiuta psicologicamente la propria disabilità visiva. Nulla di più falso, almeno a mio parere. La fascia ha infatti proprio la funzione di segnalare, di avvisare i passanti,
circa una specifica fragilità. Chi si vuole nascondere, al contrario, cerca di occultare in ogni modo il proprio handicap. Per concludere, vorrei replicare ad un’ultima critica, a mio parere anch’essa speciosa. Si dice che il bastone è un segno di riconoscimento accettabile perché ha una funzione anche protettiva, e non solo di segnalazione. Verissimo! Costoro però dimenticano che esistono anche i bastoni sottili e corti per gli ipovedenti. Tali strumenti svolgono anch’essi esclusivamente una funzione di identificazione e di avviso. Che differenza ci sarebbe allora con la fascia da braccio? Per tutti questi motivi, e per altri che lo spazio limitato non mi permette di approfondire, sono favorevole ad una sperimentazione, sul nostro territorio,
di questo ausilio ancora poco conosciuto. Provare non costa nulla e saranno gli stessi disabili visivi a dare il proprio parere in proposito. Non dobbiamo farci condizionare da dogmatismi ed ideologismi. Cerchiamo di essere pratici, concreti ed aperti alle idee di tutti.

Charlotte Napoli

OCCHI APERTI N. 36: IL PAPA OCULISTA

Sappiamo che non mancarono, in due millenni di storia, Pontefici santi, dotti e colti. Ci ha tuttavia stupito non poco scoprire che vi fu anche un Papa esperto in oculistica. Beninteso: Giovanni XXI (ca 1205 - 1277) non può certo essere considerato un oftalmologo in senso moderno. Scrisse è pubblicò, tuttavia, numerose opere di argomento medico fra cui, una delle più importanti, il trattato “De oculo”, nel quale sintetizza tutte le conoscenze scientifiche allora disponibili in campo oculistico. Egli, che al secolo è ricordato come Pietro Ispano, nacque sicuramente a Lisbona, in Portogallo. Non è chiaro dove si sia formato nella scienza medica. Forse a Parigi, a Montpellier o addirittura a Salerno. Sappiamo che, fra il 1245 e il 1250, insegnò ed esercitò l’arte medica presso l’Università di Siena. Una consolidata tradizione riferisce altresì che Pietro Ispano ricoprì il ruolo di Archiatra Pontificio durante il regno di Papa Gregorio X, dal 1271 al 1276. Fu infine eletto lui stesso Papa nel Conclave del settembre 1276, ma il suo Pontificato durò soltanto pochi mesi, ovvero fino al 20 maggio dell’anno successivo. Morì a causa del crollo di un soffitto nel palazzo di Viterbo, dove risiedeva abitualmente, e questo fatto lasciò dietro di sé molti dubbi, dicerie ed insinuazioni. Il suo corpo riposa nella Cattedrale della medesima città laziale. Non vogliamo, in questa sede, raccontare la vita dell’unico Vicario di Cristo proveniente dal Portogallo. Qui ci interessano soprattutto le sue presunte competenze in campo oftalmologico. Queste emergono, sempre che tali opere siano ascrivibili con certezza al medesimo Pietro Ispano, essenzialmente in due libri molto diffusi in quel tempo e nei secoli successivi. Innanzitutto, il “De oculo”, suddiviso, a sua volta, in due parti: “Tractatus mirabilis acquarum” e “De aegretudinibus oculorum et curis”. Molte altre indicazioni oftalmologiche si ritrovano anche nel “Thesaurus pauperum”, un elenco di ricette semplici e pratiche rivolte al popolo dei non addetti ai lavori. L’impostazione filosofica e scientifica dei trattati risulta ovviamente segnata dalle teorie classiche sull’equilibrio dei quattro umori: sangue, bile nera, bile gialla e flegma.
Tali orientamenti vennero esposti dai grandi medici antichi Ippocrate e Galeno e, anche da parte dei dotti arabi e salernitani, venivano fortemente sostenuti ed approfonditi. L’oculistica non poteva certamente sfuggire a questo pensiero consolidato da secoli. Esso sosteneva che l’origine delle malattie derivava da un’alterazione dei rapporti naturali dei quattro fluidi organici.
Per l’occhio sanguinolento si dovrebbero effettuare frequenti instillazioni con formaggio fresco lavato molte volte con l’albume d’uovo ed acqua rosata. Qui è facile ravvisare il contrasto fra il sangue, considerato umore caldo e fonte di infiammazione ed il freddo del formaggio lavato in acqua fresca. Al di là dei massimi sistemi, non mancano, nelle opere di Pietro Ispano, indicazioni molto concrete sulla preparazione di colliri, pozioni e medicamenti vari in grado di lenire le affezioni oculari. Oggi queste ricette possono fare obiettivamente sorridere. Tuttavia, anche solo per soddisfare una sana curiosità culturale, proveremo a sintetizzarne alcune ben consapevoli che, a volte, stravaganze simili si possono udire e leggere anche ai giorni nostri. Primo esempio: per il disturbo detto “macchia”, che francamente ignoriamo in cosa consista, si consiglia l’applicazione di sterco di colombo. Per il gonfiore dolente si suggeriscono, invece, impacchi di rose messe preventivamente a bollire.
Per dolori più forti ecco un collirio composto da cenere di cavoli, tuorlo d’uovo cotto sul fuoco, “latte di femmina” e un po’ di miele. Non mancano, infine, medicamenti minerali, come lo zaffiro e lo smeraldo, che “sanano gli occhi toccandoli spesso”. Un campionario fantasioso insomma, non privo di qualche intuizione, ma prevalentemente avulso da valenze scientifiche oggi accettate. Forse è dunque meglio ricordare il Papa oculista più per i suoi scritti filosofici e teologici che non per le prescrizioni mediche. Resta il fatto che Dante lo pone, unico fra i Pontefici, nel Paradiso della Divina Commedia: “Pietro Ispano, lo qual giù luce in dodici libelli” (Par 12,135).

OCCHI APERTI N. 36: I TRIAL CLINICI SPERIMENTALI

In questa seconda parte vediamo chi può partecipare, quali possono essere i vantaggi e gli svantaggi della partecipazione ai “trial clinici”.

Chi può partecipare?
Esistono dei criteri di inclusione e di esclusione nel trial che vanno attentamente studiati da chi organizza il trial e perfettamente compresi e accettati da chi eventualmente voglia prendere parte alla selezione, per non restare delusi se esclusi. Già nella fase iniziale, ad esempio, i più importanti criteri di esclusione sono:

• Impossibilità a fornire il consenso informato
• Rischio inaccettabile di reazioni avverse al farmaco
• Rischio inaccettabile di assegnazione del partecipante al placebo e/o di sospensione del trattamento attivo
• Potenziale inefficacia dell’intervento
• L’individuo non è affetto dalla condizione di interesse
• L’individuo è affetto da una variante di malattia, potenzialmente non responsiva al trattamento
• Difficoltà a interpretare l’efficacia dell’intervento
• L’individuo assume un altro trattamento che può confondere l’efficacia di quello in studio
• L’individuo è affetto da una patologia indipendente con segni-sintomi simili a quelli della condizione di interesse che rendono difficile la valutazione degli effetti del trattamento.

I vantaggi
Entrare in una sperimentazione clinica non serve solo a dare il proprio contributo al progresso della medicina, in modo che si possano mettere a punto cure migliori per chi soffre della stessa patologia, ma anche a garantirsi il miglior trattamento per la propria condizione. Inoltre, può significare accedere ad una modalità di cura prima che questa diventi disponibile. In Italia, questo tema è particolarmente sentito, perché attraverso uno studio clinico si può ricevere un trattamento farmacologico magari già disponibile negli Stati Uniti, ma non ancora in Europa.

Gli svantaggi e i rischi.
Si potrebbero non ottenere i miglioramenti sperati. Molti studi vengono fermati prima della fine o comunque terminati senza che la sostanza testata dia dei miglioramenti. Vi è poi lo svantaggio di non sapere se il nuovo trattamento sarà davvero più efficace di quello standard: è importante comprendere che non vi sono certezze, ma si tratta, appunto, di uno studio che ha quasi sempre come alternativa il poter ricevere una cura standard. Se si partecipa a uno studio randomizzato non si può scegliere quale trattamento ricevere. A seconda del tipo di studio, è quindi possibile che un paziente non riceva il trattamento sperimentale, ma quello standard, oppure nessun trattamento: il placebo.
La selezione è casuale e molto spesso “in cieco”, ossia nemmeno il ricercatore sa quali pazienti stanno effettuando uno o l’altro trattamento.
Comprensibilmente, per un paziente questo è difficile da accettare.
Si può dover dedicare molto tempo a visite, esami, ricoveri in ospedale eccetera.
Si potrebbe essere esposti a rischi sconosciuti, dato che il nuovo trattamento non è stato sperimentato ampiamente e alcuni effetti avversi sono forse ancora da scoprire.

Cosa chiedere prima e come uscire
Prima di prendere la decisione di partecipare a uno studio clinico è tuttavia fondamentale acquisire tutte le informazioni che consentano di fare una scelta consapevole. Prima di tutto bisogna capire a quali quesiti clinici intende rispondere la ricerca, quali sono le caratteristiche che bisogna avere per partecipare (criteri di inclusione) e quelle che invece impediscono di prendervi parte (criteri di esclusione).
È bene inoltre farsi spiegare come è impostato lo studio e chi lo finanzia, oltre a soppesarne i possibili rischi e benefici. Partecipare a uno studio clinico significa fare da “cavia”? Non è così: i volontari che partecipano a uno studio clinico sono garantiti da una serie di regole stabilite da leggi internazionali e nazionali e da codici etici. Il protocollo viene approvato dalle autorità competenti e da un comitato etico indipendente, costituito da scienziati, operatori sanitari (medici, infermieri eccetera) e semplici cittadini, non legati in alcun modo al gruppo di ricerca che ha richiesto l’approvazione. Lo studio clinico si attiene a delle norme di Buona Pratica Clinica (GCP – Good Clinical Practice) che rappresentano uno standard internazionale di etica e qualità scientifica per progettare, condurre, registrare e relazionare una sperimentazione clinica che coinvolga soggetti umani. L’aderenza a questi standard rappresenta un costo, ma garantisce pubblicamente, oltre l’attendibilità dei dati, anche la tutela dei diritti, della sicurezza, della salute e del benessere di chi è coinvolto nello studio.
Al momento di iniziare lo studio il paziente riceve inoltre tutte le spiegazioni necessarie dal medico curante, dallo sperimentatore e tramite un documento scritto (il consenso informato) che dovrà comprendere fino in fondo e firmare per accettazione.
La firma del consenso informato non è però vincolante a concludere la sperimentazione: in ogni momento un volontario può sospendere la sua partecipazione allo studio.
Inoltre, la privacy è tutelata e i rischi per ogni volontario sono coperti da un’assicurazione.

Per saperne di più.
Per migliorare la conoscenza dei cittadini europei sulla ricerca medica e stimolare la loro partecipazione a studi clinici indipendenti e multinazionali, l’Unione Europea ha finanziato il progetto Ecran (European Communication on Research Awareness Needs). Esso ha lo scopo di “rendere la ricerca medica facile da capire”, superando la barriera di termini ostici e fornendo spiegazioni chiare e attendibili su concetti di base e avanzati tramite contenuti formativi e, nello stesso tempo, amichevoli o divertenti.
A questo scopo ha realizzato materiali nelle 23 lingue europee tra cui un sito http://www.ecranproject.eu

I registri degli studi clinici messi a punto da centri di ricerca, associazioni scientifiche, enti governativi, che elencano le sperimentazioni in corso o che stanno per cominciare su una determinata malattia o problema sono consultabili su Internet al sito
http://www.ecranproject.eu/it/content/registri

dott. Mario Vanzetti

 

 

OCCHI APERTI N. 36: IL PITTORE JOHN BRAMBLITT

John Bramblitt nasce in America nel 1971.
A seguito di un forte attacco epilettico che lo colpisce nel 2001 perde la vista.
Come spesso accade in queste circostanze, l’animo umano viene duramente colpito e John si chiude in un mondo tutto suo allontanandosi da parenti ed amici.
Cade in depressione ed i suoi sogni si frantumano.
Fortunatamente un profondo interesse per l’arte riesce a scuotere i suoi sensi.
Impara così a riconoscere le vernici attraverso il tatto. Tramite la visualizzazione tattile riesce a dipingere sulla tela i soggetti creati dalla sua mente. Riesce persino a delineare perfettamente soggetti che non ha mai visto quali sua moglie e suo figlio. Le sue opere hanno il pregio di donare a chi le osserva una sorta di benessere. La sua arte è solare e rasserenante. Questo pittore non vede i suoi dipinti, ma li sente!
“Quando ho cominciato, era come se stessi cercando di gettare la mia cecità indietro, di vedere oltre, nel volto di Dio…”. Dichiara John. Bramblitt ha poi sviluppato una tecnica grafica consona a persone non vedenti diffusa con il nome di “Stile Bramblitt”.
John Bramblitt insegna ai bimbi non vedenti a dipingere, spronandoli dolcemente a superare la loro disabilità e trasmettendo così la gioia di poter creare.
La scrittrice Helen Keller scrisse: “Noi tutti, vedenti e non vedenti, ci differenziamo gli uni dagli altri non per i nostri sensi, ma per l’uso che ne facciamo, nell’immaginazione e nel coraggio con cui cerchiamo la conoscenza al di là degli stessi.”
Attualmente John Bramblitt gode di fama internazionale ed i suoi dipinti si annoverano fra quelli che emanano una luminosità che accarezza il cuore.
John ha così dimostrato al mondo intero come, dal tormento e dal rancore nei confronti di una vita profondamente ingiusta, si possa sprigionare un’energia così potente da indurti a cimentarti in qualcosa di apparentemente folle.
Il messaggio di John è: “Non vedi? Allora dipingi!”.

Alessandra Alasia

 

OCCHI APERTI N. 36: INCONTRO CON MAURO FIORETTO

Oggi incontriamo il dottor Mauro Fioretto dirigente di secondo livello Asl/Alessandria.
Gli Abbiamo chiesto di illustrarci le attività della sua struttura e le novità scientifiche riguardanti i pazienti con patologie retiniche.
Con piacere proponiamo in versione integrale il suo intervento.
Prima di tutto desidero ringraziare per la opportunità che mi viene offerta nell’illustrare alcune problematiche oculistiche attuali. Dirigo la divisione oculistica della Asl/Al,costituita da quattro ospedali che sono Acqui, Casale Monferrato, Novi Ligure e Tortona. Di questi ospedali Acqui, Novi e Tortona rispondono alle necessità di primo livello, ovvero, oltre alla attività di pronto soccorso e ambulatoriali, eseguono interventi di cataratta e annessi oculari. Casale fa da centro retina medica per tutta la Asl ed esegue anche interventi di secondo livello come trapianti di cornea, distacchi di retina, vitrectomie, glaucomi e, ovviamente, tutta la chirurgia di urgenza.
Il nostro centro di retina medica, che è centro di riferimento regionale per le maculopatie, assorbe gran parte del nostro tempo producendo oltre 3000 iniezioni intravitreali all’anno con tutto ciò che ad esse sono correlate ( visite, Oct, Fag, trattamenti laser ecc.) A proposito di trattamenti laser, stiamo acquisendo una nuova metodica di laser micro-pulsato che ci consentirà di trattare più casi di maculopatie in modo assolutamente traumatico. Sta inoltre arrivando un nuovo farmaco che ha appena ricevuto l’approvazione degli organi competenti a livello europeo e italiano che, pur non rappresentando la panacea delle maculopatie, costituisce un certo passo avanti dal punto di vista della farmaco terapia delle maculopatie. Resta il fatto che attualmente, purtroppo, se il paziente giunge a noi in fase di atrofia maculare, nessuno al mondo può fargli ricrescere la retina che non c’è più. Conosciamo tutti le avanzate ricerche scientifiche su retina artificiale e su cellule staminali, ma i risultati sono ben lungi da una vera applicazione su larga scala per cui ciò che serve è assolutamente evitare che si giunga a maculopatie avanzate/atrofiche.
Per questo motivo a scopo di screening abbiamo istituito un “esame fundus a tempo zero” cui accedono molte persone che, se necessitano di esami più approfonditi, vengono immediatamente sottoposte alle adeguate indagini cliniche e conseguenti terapie. A tale iniziativa accedono tutti i medici di base e territoriali adeguatamente coinvolti mentre i colleghi oculisti ovviamente saltano questa fase per accedere direttamente al secondo livello diagnostico e terapeutico. Una adeguata sensibilizzazione della popolazione alle fasi precoci della patologia in questione potrebbe non annullare ma certamente ridurre notevolmente il numero di persone cui altro non resta che rivolgersi ai centri di riabilitazione visiva. È questo un settore complicato e difficile da gestire che richiede risorse umane e tecnologiche con elevati costi di gestione. Non ha senso improvvisare centri di ipovisione che finiscono per dare un occhiale da ingrandimento e abbandonare il paziente. Il soggetto ipovedente necessita di essere costantemente seguito non solo negli ausili, ma, anche, nel supporto psicologico necessario per un possibile ed auspicabile reinserimento nel mondo sociale e lavorativo. Da qui nasce il problema: i piccoli centri non riescono attualmente a supportare quanto serve.
I grandi centri si trovano solo nelle città più importanti che spesso sono difficilmente raggiungibili dal soggetto ipovedente. Appare evidente la necessità di sensibilizzare gli organi competenti a livello politico amministrativo tenendo presente che, anche volendo prescindere dalla deontologia, un paziente adeguatamente reinserito nel mondo del lavoro diventa un soggetto economicamente autonomo e soggettivamente soddisfatto. Cerchiamo di collaborare tutti, ognuno per le proprie competenze, perché questo venga interpretato come il risultato sociale da perseguire.

OCCHI APERTI: IN ARRIVO IL NUMERO TRENTASEI

È stato spedito, nei giorni scorsi, il n. 36 della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti", un gradito ritorno dopo la sosta imposta dalla pandemia. Sulla copertina campeggia una grande foto raffigurante l'intitolazione della rotonda Louis Braille a Mestre, comune di Venezia. Ma altre novità caratterizzano il fascicolo. Innanzitutto, una nuova grafica che si propone di migliorare la leggibilità del giornale agli ipovedenti. In secondo luogo, sempre sul fronte dell'accessibilità, oltre alla copia PDF che sarà presto caricata sul nostro sito internet www.ipovedenti.it ed alla lettura vocale che verrà pubblicata su youtube, da questo numero i principali articoli saranno inviati, uno per volta, in coda alle newsletter settimanali. Non vi anticipiamo dunque tutti i titoli ma vi preannunciamo, per questa settimana, l'articolo di Valter Perosino dedicato alla vita del grande scrittore non vedente Jorge Luis Borges (1899 - 1986). Copie cartacee aggiuntive della rivista sono, come sempre, ritirabili gratuitamente presso la sede centrale di Torino e nelle sezioni decentrate. Auguriamo dunque a tutti una buona lettura!

 

OCCHI APERTI N. 36: JORGE LUIS BORGES

In questo numero della rivista conosciamo meglio la figura di uno dei più grandi autori della letteratura del Novecento: Jorge Luis Borges, poeta, scrittore e filosofo.
L’autore stesso, della sua vita raccontava: “Fin dall’infanzia, gradatamente, la mia vista era andata peggiorando finché si spense del tutto. Ho subito otto operazioni agli occhi, ma, dalla fine degli anni Cinquanta, per quanto riguarda il leggere e lo scrivere sono cieco. Riconosco la finissima ironia di Dio nell’assegnarmi allo stesso tempo ottocentomila libri e l’oscurità. Ma mai la povertà, né quella intellettuale e neppure quella materiale (ancor meno quella spirituale)”.
J.L.Borges nasce a Buenos Aires il 24 agosto del 1899, prematuro. Si stabilisce a Ginevra nel 1918, dove apprende il latino, il francese e il tedesco.
Prosegue intensamente gli studi a Lugano, Majorca, Madrid e infine ritorna a Buenos Aires. Qui inizia la sua “second life”. Siamo nel 1921. Ritornando scopre, o meglio riscopre, la città. La trova cambiata. Moltissimi sono i movimenti culturali di quel momento: ultraismo, modernismo, avanguardismo, ecc…
Con lo stile che lo caratterizzerà poi per tutta la vita, Borges decide di prendere distanza da questi troppi “ismi” e di pensare con la sua testa.
Nel 1938 muore il padre, da anni cieco. L’autore cerca e trova un lavoro presso una piccola biblioteca della periferia. Nel 1944 stampa “Finzioni”: una raccolta di racconti-saggi gremita di temi culturali in cui compaiono i personaggi della sua Biblioteca di Babele: mercanti levantini, aztechi, gauchos, re arabi, cinesi, spioni, filosofi, antroposofici, cospiratori, eroi medievali, Dante, matematici musulmani, poeti persiani, mercanti ebrei askenaziti e sefarditi. Un incredibile campionario di figure per dire che siamo tutti diversi e tutti uguali. Everything and nothing… In “Finzioni” c’è una preveggenza: ipotizza il sistema binario, quello che utilizziamo oggi con il computer. Questo volume (un po’ cervellotico, ma denso del meglio di sé stesso) lo rende noto a livello mondiale. Comincia così la “terza vita”. Quella che gli fa dire che non gli importano i libri che ha scritto, ma lo rendono orgoglioso quelli letti. Nel frattempo, diventa direttore della Biblioteca Nazionale Argentina, poi licenziato dal presidente, ma rinominato direttore da Cristina Ocampo nel 1955. Letture e riletture, in attesa di veder scorrere, nel fiume di Heraclito, i suoi detrattori. Borges non era un prodotto così facile da vendere e il successo arrivò solo quando intellettuali, perlopiù francesi, inglesi e qualche italiano, trovarono geniali il suo miscuglio di filosofie in direzione opposta e contraria, l’essere scettico e simmetrico, la ricerca del colore nascosto delle cose, il suo desiderio di conoscenza, la forza della parola/poesia che diventa musica e quindi infinita.
Negli anni 80’ si lega a Maria Kodama, sua allieva (di 40 anni più giovane), musa ispiratrice, innamorata accompagnatrice, seconda moglie e, dopo la morte, sua custode ed unica ereditiera di uno sterminato patrimonio (per i diritti editoriali delle 140 lingue in cui è tuttora tradotto).
Muore nel 1986 a Ginevra. Maria era al suo capezzale, riferisce che il Maestro mormorò nelle sue tre lingue - antico sassone, inglese e spagnolo- la Preghiera Universale, il Padre Nostro. Riposa in un piccolo cimitero svizzero, ma qualcuno vorrebbe traslocarlo in Argentina.
Come tutte le persone molto intelligenti, era anche infinitamente buono, conosceva, senza averle mai lette, né viste, le leggi dell’ospitalità.
Dal 1953 era diventato vegetariano.

Valter Perosino

 

OCCHI APERTI: AUDIO-LETTURA DEL NUMERO TRENTUNO

Continua il lavoro per il recupero e l'accessibilità dei numeri arretrati della nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". In questi giorni abbiamo registrato la lettura ad alta voce del n. 31 - Autunno 2018. Ovviamente abbiamo selezionato gli articoli più significativi che mantengono una propria validità culturale nel tempo. Questa volta ci hanno prestato la loro bella voce tre attrici professioniste che sentitamente ringraziamo: Viren Beltramo, Sara Amaiolo e Lidia Ferrari. Vi invitiamo pertanto a non perdervi questo ascolto davvero piacevole della durata di circa 85 minuti. Mettetevi dunque comodi in poltrona e cliccate qui sotto:

http://www.youtube.com/watch?v=hquX1zBeawo

OCCHI APERTI: AUDIO-LETTURA DEL NUMERO TRENTACINQUE

Anche se sinceramente gli ascolti del n. 34 non hanno raggiunto che la quota di circa una quarantina, abbiamo comunque deciso di audio-registrare pure l'ultimo fascicolo della nostra rivista "Occhi Aperti" attualmente in distribuzione presso le sedi APRI-onlus. Questa volta abbiamo affidato la lettura alla nostra collaboratrice Charlotte Napoli che si è cimentata in una lettura lunga oltre un'ora e mezza. Ciononostante, sono stati tagliati tutti gli articoli di cronaca legati all'attualità e ci siamo concentrati invece sui contributi di approfondimento che non hanno scadenza temporale. Vi invitiamo dunque ad ascoltare il documento ed a farci avere le vostre impressioni. Eccovi il link:

https://www.youtube.com/watch?v=0mfUKhimxMM

 

OCCHI APERTI: SPERIMENTIAMO IL GIORNALE PARLATO

Molti lettori continuano periodicamente a chiederci un maggior livello di accessibilità per la nostra rivista ufficiale "Occhi Aperti". Il PDF infatti, pur non essendo fotografico, non sempre risulta facilmente convertibile in formato testo. Abbiamo allora deciso di tagliare la testa al toro e tentare una registrazione audio da caricare sul nostro canale youtube "APRI Torino". Iniziamo dal n. 34, il penultimo numero, affidato alla lettura di Claudia Demaria. Per rendere più agile il documento abbiamo omesso tutti gli articoli di cronaca, che sono legati alle attività già segnalate nella newsletter. Nonostante i tagli è comunque venuta fuori una registrazione di oltre un'ora. Preghiamo pertanto i nostri lettori di ascoltarla e farci pervenire commenti ed osservazioni in merito. Noi monitoreremo il numero di ascolti e, se valuteremo che l'iniziativa avrà successo, cercheremo di inserire le registrazioni anche degli altri numeri. Si tratta infatti di articoli scientifici, culturali e di approfondimento che non perdono la loro validità nel tempo. Buon ascolto allora, cliccate qui sotto:

http://www.youtube.com/watch?v=OUv7_Q2DDLg