Sappiamo che non mancarono, in due millenni di storia, Pontefici santi, dotti e colti. Ci ha tuttavia stupito non poco scoprire che vi fu anche un Papa esperto in oculistica. Beninteso: Giovanni XXI (ca 1205 - 1277) non può certo essere considerato un oftalmologo in senso moderno. Scrisse è pubblicò, tuttavia, numerose opere di argomento medico fra cui, una delle più importanti, il trattato “De oculo”, nel quale sintetizza tutte le conoscenze scientifiche allora disponibili in campo oculistico. Egli, che al secolo è ricordato come Pietro Ispano, nacque sicuramente a Lisbona, in Portogallo. Non è chiaro dove si sia formato nella scienza medica. Forse a Parigi, a Montpellier o addirittura a Salerno. Sappiamo che, fra il 1245 e il 1250, insegnò ed esercitò l’arte medica presso l’Università di Siena. Una consolidata tradizione riferisce altresì che Pietro Ispano ricoprì il ruolo di Archiatra Pontificio durante il regno di Papa Gregorio X, dal 1271 al 1276. Fu infine eletto lui stesso Papa nel Conclave del settembre 1276, ma il suo Pontificato durò soltanto pochi mesi, ovvero fino al 20 maggio dell’anno successivo. Morì a causa del crollo di un soffitto nel palazzo di Viterbo, dove risiedeva abitualmente, e questo fatto lasciò dietro di sé molti dubbi, dicerie ed insinuazioni. Il suo corpo riposa nella Cattedrale della medesima città laziale. Non vogliamo, in questa sede, raccontare la vita dell’unico Vicario di Cristo proveniente dal Portogallo. Qui ci interessano soprattutto le sue presunte competenze in campo oftalmologico. Queste emergono, sempre che tali opere siano ascrivibili con certezza al medesimo Pietro Ispano, essenzialmente in due libri molto diffusi in quel tempo e nei secoli successivi. Innanzitutto, il “De oculo”, suddiviso, a sua volta, in due parti: “Tractatus mirabilis acquarum” e “De aegretudinibus oculorum et curis”. Molte altre indicazioni oftalmologiche si ritrovano anche nel “Thesaurus pauperum”, un elenco di ricette semplici e pratiche rivolte al popolo dei non addetti ai lavori. L’impostazione filosofica e scientifica dei trattati risulta ovviamente segnata dalle teorie classiche sull’equilibrio dei quattro umori: sangue, bile nera, bile gialla e flegma.
Tali orientamenti vennero esposti dai grandi medici antichi Ippocrate e Galeno e, anche da parte dei dotti arabi e salernitani, venivano fortemente sostenuti ed approfonditi. L’oculistica non poteva certamente sfuggire a questo pensiero consolidato da secoli. Esso sosteneva che l’origine delle malattie derivava da un’alterazione dei rapporti naturali dei quattro fluidi organici.
Per l’occhio sanguinolento si dovrebbero effettuare frequenti instillazioni con formaggio fresco lavato molte volte con l’albume d’uovo ed acqua rosata. Qui è facile ravvisare il contrasto fra il sangue, considerato umore caldo e fonte di infiammazione ed il freddo del formaggio lavato in acqua fresca. Al di là dei massimi sistemi, non mancano, nelle opere di Pietro Ispano, indicazioni molto concrete sulla preparazione di colliri, pozioni e medicamenti vari in grado di lenire le affezioni oculari. Oggi queste ricette possono fare obiettivamente sorridere. Tuttavia, anche solo per soddisfare una sana curiosità culturale, proveremo a sintetizzarne alcune ben consapevoli che, a volte, stravaganze simili si possono udire e leggere anche ai giorni nostri. Primo esempio: per il disturbo detto “macchia”, che francamente ignoriamo in cosa consista, si consiglia l’applicazione di sterco di colombo. Per il gonfiore dolente si suggeriscono, invece, impacchi di rose messe preventivamente a bollire.
Per dolori più forti ecco un collirio composto da cenere di cavoli, tuorlo d’uovo cotto sul fuoco, “latte di femmina” e un po’ di miele. Non mancano, infine, medicamenti minerali, come lo zaffiro e lo smeraldo, che “sanano gli occhi toccandoli spesso”. Un campionario fantasioso insomma, non privo di qualche intuizione, ma prevalentemente avulso da valenze scientifiche oggi accettate. Forse è dunque meglio ricordare il Papa oculista più per i suoi scritti filosofici e teologici che non per le prescrizioni mediche. Resta il fatto che Dante lo pone, unico fra i Pontefici, nel Paradiso della Divina Commedia: “Pietro Ispano, lo qual giù luce in dodici libelli” (Par 12,135).