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EDITORIALE: UBER SOSPESO, LEGALITÀ SALVA?

Si blatera e "tromboneggia" ripetutamente sul principio di "legalità" e sulla necessità assoluta di farne un costante punto di riferimento nell'agire politicamente corretto. Io, ben consapevole di scandalizzare qualche "anima candida", e benpensante, non ho paura di esprimere la mia idea un po' diversa: non mi interessa il principio di legalità, quando per "legalità" si intende il conformarsi biecamente alla lettera di qualche circolare, regolamento o disciplinare, scritto, da chi sa chi e chissà perchè, su uno dei milioni di pezzi di carta che affollano, spesso contraddicendosi fra loro, il nostro ordinamento giuridico. Questo atteggiamento culturale, chiamato "positivismo giuridico", non mi appartiene e non mi convince.
Io credo piuttosto nel principio di giustizia, cosa ben diversa che la legalità, principio che presuppone l'esistenza di valori universali, un giusto e un ingiusto scritti nel profondo della nostra natura umana, indipendentemente da quanto possa comparire su qualche grida di manzoniana memoria.
Ebbene..., qualcuno si chiederà, cosa c'entrano questi discorsi filosofici con la sospensione di Uber avvenuta mercoledì 10 giugno? C'entrano eccome, cari amici, ed ora proverò a spiegarmi.
Io non so, e non posso sapere, dati i milioni di articoli, commi e codicilli ufficialmente esistenti, se il servizio Uber sia o meno legale e cioè conforme alla lettera del nostro ordinamento. Ogni giudice, tra l'altro, interpreta a modo suo i medesimi articoli, commi e codicilli giungendo a conclusioni diverse quando non addirittura opposte. Facciano dunque il loro lavoro, noi certo lo rispetteremo ma non ci chiedano di essere sempre ed obbligatoriamente d'accordo con ogni loro decisione.
Io so però benissimo, e non ho bisogno di consultare in merito alcuna legge, che è profondamente ingiusto rifiutarsi di utilizzare i benefici organizzativi ed economici consentiti dalla moderna tecnologia, costringere i disabili visivi a stare forzatamente chiusi in casa, ed anche, me lo si consenta, impedire di lavorare ad onesti cittadini in un ambito dove la domanda supera abbondantemente l'offerta e ci sarebbe spazio per tutti se ci si decidesse ad abbattere finalmente privilegi e rendite di posizione ormai anacronistiche.
Questo è ciò che noi pensiamo e per questo continueremo ad affiancare gli amici di Uber nella loro sacrosanta battaglia di civiltà. Un grosso grazie dunque a tutti coloro che ci hanno capito e che continuano a farci pervenire la loro solidarietà.

Marco BONGI